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Una Festa singolare
di Francesco Avola
Lentini e i Santi Fratelli
Alfio, Filadelfo e Cirino sono un binomio inscindibile così come S. Agata
con Catania, S. Lucia con Siracusa.
Per i Lentinesi far festa
non è solo divertimento, folklore, ma un qualcosa di più, vivere,
partecipare con tutti i propri sensi, a momenti che i nostri avi ci hanno
tramandato e che pur nella loro ripetitività sono sempre nuovi di anno in
anno.
Quella che vi voglio
raccontare è una particolare festa che i più sconoscono, vissuta dietro le
quinte, da un gruppo di ragazzi, i “Labor non Honor”, un nome che in sé
racchiude lo spirito con cui questi giovani si accingono a vivere i
festeggiamenti.
Tutto ebbe inizio nel
lontano 1984 per volontà del parroco della Chiesa Madre, Mons. Sebastiano
Castro, e di Franco Fusillo, i quali decisero di creare un gruppo
interparrocchiale di ragazzi, desiderosi di prestarsi al servizio della
comunità per la buona riuscita della festa, e che di anno in anno ha visto
accrescere il proprio numero.
Il mese di aprile
rappresenta per tutti i lentinesi il mese dell’attesa, qualcuno ha ben
scritto “l’attesa è già festa”, ma chi meglio dei Labor interpreta appieno
questa frase. Per loro è questo mese la vera festa. Dopo è tutto così
breve che non appena iniziato è già finito.
Già sin dai primi giorni del
mese fervono i preparativi nell’ex Cattedrale, dentro la cappella dei SS.
Martiri, per lucidare gli argenti oliare gli ingranaggi della Vara. Tutto
si svolge nel massimo silenzio, nella massima indifferenza della gente,
vegliati solo da Sant’Alfio, un amico, per molti, un fratello che li
assiste nel loro lento lavoro, impaziente di uscire per ritornare a vedere
il suo popolo.
I lavori continuano sino a
giorno 8 maggio.
Ormai tutto è pronto, si
montano le aste, si controllano i freni, manca poco all’una. Ecco si
spalanca il portone centrale e agli occhi di chi sta sul fercolo appare un
popolo di devoti acclamanti con grida di gioia S. Alfio: “prima Diu e i
Santi Mattri”, “fozza e valia Sant’Affiu”, frettolosi di
accostarsi al fercolo per dar inizio al “giro” che li riporterà,
dopo aver sciolto il voto e aver toccato i luoghi santificati dai tre
Fratelli, davanti al proprio Santo, instaurando con esso, anche se per un
breve momento un dialogo intimo e silenzioso: “ccu tuttu u cori Sant’Affiu”.
Sono momenti ricchi di commozione, che solo chi li ha potuti sperimentare
in prima persona, ha la possibilità, benché minima, di poterli descrivere.
È quasi l’alba, si sistema
la chiesa per l’indomani, Sant’Alfio veglia davanti al portone, sul sonno
dei suoi concittadini, che puntualmente da centinaia d’anni ogni 10
mattina si riversano sulla piazza principale, occupandone ogni minimo
angolo, “pa nisciuta o Santo”. Questa è la mattina della
gioia, la mattina in cui cessano le discordie, la mattina in cui tutto il
popolo ha un solo vessillo, il fercolo di S. Alfio, ed attorno a lui si
racchiude. Il rintocco dell’orologio scandisce che è l’ora, sono le dieci,
ed una distesa di suoni di campane e di scoppi di mortaretti, tra mille
riconoscibili, assorda le orecchie di tutti.
Dopo il “giro d’onore” il
fercolo percorre le vie della città, principali e no. Questo è il secondo
grande momento, dopo quello dei “nudi”, in cui i “Labor” sono testimoni di
tanti piccoli gesti di un’autentica, genuina ma anche commovente fede.
È qui che il popolo attende
che il Santo sosti davanti la propria abitazione, offrendo ceri e fiori, è
qui che escono i sofferenti, è qui che le madri offrono i propri figli
nudi a Sant’Alfio, nudità che simboleggia il dipendere dal Padre Celeste.
Spogliare un bambino, tenerlo sulle proprie mani, accostarlo alle braccia
di Sant’Alfio, un’emozione indescrivibile, gli occhi sono gonfi di
lacrime, non sì ci potrà mai fare l’abitudine.
Strade, stradine, salite,
discese, la festa “anfozza”, ancora quartieri e poi la sosta,
l’arco di trionfo, altra folla altre emozioni e poi, l’ultimo tratto di
strada, le ultime offerte da raccogliere, l’ultimo saluto, l’ultima mano
sulla formella…. È l’alba…. Ciao Sant’Affiuzzu beddu su voli Diu natr’annu
ni viremu. Così saluta Turiddu, Maria, Salvatore, amareggiati e con le
lacrime agli occhi, perché un’altra festa si è conclusa. Ma per i Labor il
lavoro è ancora lungo, bisogna sistemare tutto, tutto deve essere in
ordine, solo allora si potrà dire la festa è davvero terminata.
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