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Siamo in preghiera
per il nostro fratello sacerdote, il defunto Mons. Sebastiano
Castro, che per 34 anni è stato parroco della Chiesa Madre.
Ci uniamo al dolore e alla preghiera del nipote, P. Antonino
Cascio, e della sorella, che lo ha amorevolmente assistito negli
ultimi tre anni di malattia.
Rinnoviamo la nostra fede nel Signore, che ha vinto la morte e ci
ha riaperto il Paradiso.
Professiamo la nostra speranza nella vita che non tramonta e nella
risurrezione della carne.
Diciamo, in presenza della morte, che crediamo nella vita, la vita
eterna che Gesù è venuto a donarci. E in questo momento di
doloroso distacco vogliamo raccogliere la preziosa eredità che P.
Castro ci lascia.
Mi sembra di poter compendiare questo ricco patrimonio,
organizzandolo in tre capitoli: |
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L'uomo
· Il sacerdote
· Il suo zelo pastorale
Attingo soprattutto alle testimonianze di alcuni confratelli che
lo conobbero bene e lo stimarono di conseguenza.
A) L'uomo: intelligente, vivace, amabile.
Gioviale, ma non superficiale.
Cordiale, ma sempre vigile e controllato: non uscì mai dalla sua
bocca una parola triviale, e non lo permetteva neanche ai laici in
sua presenza.
Accogliente, ma sempre consapevole della sua dignità di uomo e di
prete. Non ebbe mai atteggiamenti poco consoni al suo stato.
Umano e flessibile, non fu mai disponibile al compromesso. Seppe
remare controcorrente e accettare serenamente di pagarne il
prezzo.
Uomo di cultura, si aggiornava nelle varie discipline: teologiche,
morali e giuridiche. Per favorire l'aggiornamento culturale e
nutrire la fede della sua gente, organizzò incontri ed Esercizi
spirituali con personalità di alto spessore culturale.
Ebbe vivo il senso dell'umorismo: sapeva ridere di sé, senza
esaltarsi né deprimersi. Profondo conoscitore dell'uomo e
dell'animo umano, sapeva accogliere, ascoltare, orientare e
sdrammatizzare, infondendo fiducia e rilanciando sulle vie dello
spirito.
Amava volare alto, ma senza mai perdere il senso della realtà e il
contatto con la concretezza della vita. Guardava appassionatamente
all'ideale, perseguendolo personalmente ed inculcandolo agli
altri.
Fu amministratore onesto e scrupoloso. Rimase sempre
distaccatissimo dal denaro, memore delle parole dell'apostolo
Paolo: "l'attaccamento al denaro… è la radice di tutti i mali"
(1Tm 6,10). Sapeva che non si può servire a due padroni. Perciò
rifiutò l'iniquo "mammona" e scelse Cristo.
B) Il Sacerdote: fu sacerdote di Cristo dal profondo del suo
cuore.
Innamorato della Chiesa e zelante nel ministero. Nutriva la sua
vita spirituale con lo studio e la meditazione della Sacra
Scrittura. Fu uomo di Dio e perciò di preghiera: lo si trovava
sempre o col breviario in mano o con la corona del Rosario o con
un libro di teologia o di un Padre della Chiesa.
Aveva una predilezione per la spiritualità benedettina.
Vigilava su se stesso costantemente e coltivava con diligenza la
sua vita spirituale frequentando assiduamente il sacramento della
riconciliazione e la direzione spirituale. Non presumeva di poter
essere una buona guida di se stesso.
Umilissimo, accettò solo "per fede e per obbedienza" di diventare
parroco della Chiesa Madre di Lentini, ritenendosi ancora troppo
giovane per tale compito: e aveva già 14 anni di vita e di
ministero sacerdotale!
Austero con se stesso si diede una disciplina spirituale, che
osservò scrupolosamente.Un esempio: pur fumando di tanto in tanto
una sigaretta (quand'era solo o coi confratelli), se ne asteneva
con determinazione dalla Prima Domenica di Avvento al 24 Dicembre
e dal mercoledì delle Ceneri al sabato santo.
Pur non appartenendo ad alcuna associazione o movimento di
spiritualità, sapeva accoglierne e valorizzarne tutte le
ricchezze, immedesimandosi, con grande carità pastorale, nello
spirito di quell'associazione o movimento, con edificazione e
giovamento spirituale degli aderenti che usufruivano della sua
direzione spirituale o del suo ministero sacerdotale.
Fu esemplare nell'obbedienza. Nelle vicende della vita - spesso
complicate ed indecifrabili - seppe sempre vedere il disegno
d'amore di Dio e vi aderì con prontezza.
Rispettoso della persona e del carisma del vescovo, obbediva con
profonda convinzione, lasciandosi guidare dall'insegnamento di S.
Benedetto, che diceva ai suoi monaci: "L'abate nel monastero fa le
veci del Cristo". Perciò non si trovò in lui la mormorazione o la
critica o il facile giudizio, ma scusava tutti con cuore grande e
con la capacità di dissimulare ferite ricevute.
Fu costruttore paziente di comunione tra i sacerdoti della città,
per i quali aveva organizzato la cosiddetta "pizza mensile",
ottenendo che tutti vi partecipassero e rinsaldando così i vincoli
della fraternità presbiterale.
Seppe stare accanto ai confratelli in difficoltà, consigliandoli
con sapienza, e non smise di aiutare anche quelli che lo avevano
fatto soffrire e che non l'avevano voluto ascoltare.
Guida spirituale saggia ed equilibrata, aveva grande capacità di
ascolto, e perciò fu padre spirituale di molte anime, che guidò
con sapienza e umanità.
Fece tanto bene ai poveri, ma senza ostentazione e insegnò a fare
altrettanto.
C) Il suo zelo pastorale.
Cercò di mantenere senza contaminazioni la tradizione e il culto
dei Santi Martiri. Favorì la nascita e guidò lo sviluppo
dell'Associazione ecclesiale "Devoti spingitori della Vara di S.
Alfio".
Fondò il Gruppo dei giovani "Labor, non honor" per il servizio
gratuito alla Chiesa: a questi giovani P. Castro rimase
affezionato fino alla fine della vita.
Propose ed organizzò la nascita della parrocchia "Cristo Re"
curandola come si cura un figlio appena nato, e collaborando
attivamente non solo alla definizione dei confini, ma anche
all'arredamento,per affidarla al primo parroco pronta per il culto
a Dio e per il servizio ai fedeli.
Ora egli ha varcato la soglia dell'eternità, ha ubbidito
all'ultima chiamata, ha incontrato il Cristo di cui è stato
annunciatore e testimone. Ora, dopo averlo cercato nello studio e
nella preghiera, lo contempla faccia a faccia nell'Assemblea dei
beati; dopo averlo amato nei fratelli, si lascia colmare e
trasformare dal suo amore; dopo averlo onorato e servito nel
povero, si siede a mensa nel Regno dei cieli, onorato e servito
dal Re dei re. Ora sappiamo di poter contare su un altro amico ed
intercessore, che intanto, in questa liturgia eucaristica,
consegniamo fiduciosi al Cuore sacerdotale e all'amore
misericordioso del Buon Pastore.
Giuseppe Costanzo
Arcivescovo di Siracusa |